Storia del commercio estero a Milano e in Lombardia – Parte VII – Dagli anni ’50 a oggi

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Ricerca storica e redazione scheda: Paolo La Rocca

LINEA DEL TEMPO: epoca 1945-oggi

Il secondo dopoguerra

Per quanto la struttura produttiva fosse uscita dalla guerra relativamente integra (si stimano danni medi del 10-12%), gli impianti utilizzati per la produzione, tuttavia, non potevano essere riconvertiti immediatamente perché usurati e non aggiornati. Unica eccezione, l’industria tessile, che inoltre disponeva con più facilità di materie prime. In misura minore, la stessa situazione era applicabile all’industria della gomma.

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Lo stabilimento Pirelli bombardato.

Il commercio estero era ancora condizionato dall’ordinamento corporativo: il Ministero definiva i criteri, distribuiva le licenze, e determinava i contingenti; l’Ufficio Italiano Cambi effettuava i pagamenti, acquistava e vendeva le valute (le monete erano prevalentemente non convertibili). Il sistema presupponeva l’equilibrio, l‘accentramento e il monopolio dei cambi.
Il primo passo verso la ripresa economica estera furono gli “accordi di pagamento”, che decentravano presso le banche commerciali le operazioni, riducendo la variabilità del cambio e mantenendo la disponibilità della valuta fino al regolamento. I primi accordi miravano però a evitare disavanzi, piuttosto che a incrementare il volume.
Una parziale modifica fu ottenuta per la pressione degli operatori, riuniti nel primo Congresso degli operatori commercio estero organizzata nel 1946 dalla nascente AICE (Associazione Italiana Commercio Estero). Una delle richieste emerse fu quella di poter detenere parte della valuta incassata. Il ministero del Tesoro concesse agli esportatori di detenere il 50% (cambiabile al mercato libero), il restante doveva essere ceduto allo U.I.C. (Ufficio Italiano dei Cambi) con una maggiorazione sul cambio ufficiale. Nello stesso anno l’Italia aderì agli accordi di Bretton Woods: nascita del FMI (Fondo Monetario Internazionale) e della banca degli investimenti, convertibilità delle monete verso il dollaro, a sua volta convertibile in oro con la creazione del sistema di Gold Exchange Standard.
Nel 1947 L’Italia aderisce a GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), accordo sulle tariffe e il commercio, orientato all’abbattimento delle barriere e alla crescita del commercio basato su due principi: “reciprocità” e “nazione più favorita”.
L’Italia si prepara alla sfida dei mercati; gli imprenditori si orientano verso le esportazioni, spinti anche dalla carenza della domanda interna. Ancora una volta, è il settore tessile il primo a crescere: a differenza delle industrie tessili europee, quella italiana ha subito meno danni dalla guerra, e la riconversione risulta più facile. Nella ridefinizione del sistema degli scambi assume importanza una serie di accordi multilaterali europei che liberalizzano le importazione in ambito OECE (Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea) per molti prodotti.
A partire dal 1948, la produzione e gli scambi hanno un ulteriore crescita. Gli anni 1950 iniziano con un periodo difficile legato al clima internazionale: sono gli anni della guerra di Corea, e gli scambi internazionali si riducono in tutto il mondo. In Italia, si ebbe una contrazione del 65% dell’interscambio. Nel 1952 l’economia riparte, con un breve interruzione nel 1959, proseguendo fino al ’62. Il primo periodo è legato alla liberalizzazione nel quadro OECE, mentre la fase ’59 - ’62 rappresenta l’inizio del processo d’integrazione: La quota dell’export verso l’Europa è al 57%, le importazioni dall’Europa salgono dal 42% al 46,5% nel ’58.

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Milano, Fiera Campionaria, 1950 - Padiglione della meccanica "B" (macchine per il legno, metallurgia e siderurgia, fonderie, eccetera)

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Milano, Fabbrica Innocenti, produttrice della “mitica” Lambretta.

Gli anni del “miracolo economico” evidenziano gli squilibri dell’economia italiana. Nel 1964 le importazioni di beni di consumo superano le esportazioni con possibili conseguenze inflazionistiche: la stretta creditizia sancisce la fine del “boom”. Negli anni precedenti, l’economia in Italia era cresciuta più che in Germania e Giappone, allo stesso modo erano cresciute le esportazioni, sempre nei settori tradizionali: tessile e meccanico (macchine utensili e tessili, macchine per l’industria alimentare). Il caso di maggior successo è però l’industria degli elettrodomestici, che esporta fino al 75% della produzione, spinta da due fattori: innovazione e basso costo del lavoro. Gli anni Settanta vedono ancora una crescita dell’economia, condizionata dalle crisi petrolifere e dal crescere dell’inflazione (1980 al 22%). Con l’adesione allo SME (Sistema Monetario Europeo) e la nascita dell’ECU (European Currency Unity) dopo gli anni dei provvedimenti di emergenza che influenzavano negativamente gli scambi, nel 1979 si perviene a nuovo equilibrio europeo, ma nei primi anni Ottanta vi è ancora la crescita dell’inflazione e del disavanzo del settore pubblico.
Parallelamente, negli anni Ottanta e Novanta si afferma un modello basato sulle esportazioni, con una notevole crescita dell’import di manufatti per l’aumento dell’interdipendenza tecnologica. Nel periodo 1992 - 1995 è ancora la svalutazione a sostenere la competitività delle esportazioni, ma nel periodo 1996 - 2005 il tasso di crescita delle esportazioni è solo del 0.6 % a fronte di una crescita del commercio internazionale del 6,5%. La specializzazione produttiva e il peso dei settori tradizionali, determina una scarsa propensione all’innovazione e l’esposizione alla concorrenza dei Paesi.

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Milano, protesta in Piazza Affari contro i licenziamenti

Gli anni 2000 e il commercio lombardo

La crisi che ha colpito il commercio mondiale nel 2008 non ha precedenti nella storia recente, ed è stata determinata da vari elementi: il calo della domanda nei Paesi avanzati, le politiche restrittive dei governi, la stessa elevata integrazione mondiale, l’introduzione di misure protezionistiche e, non ultima, la crisi del settore automobilistico causata dalla sovrapproduzione. In Italia, l’impatto della crisi sugli scambi con l’estero è stato estremamente negativo, con una riduzione di oltre il 20%. Inoltre, causa l’incertezza dei mercati e la riduzione della domanda interna, anche le importazioni hanno registrato una contrazione importante (-22%). La quota italiana sul commercio mondiale è rimasta sostanzialmente costante, al 4.5%. L’andamento dell’area milanese è in linea con quello nazionale, con valori leggermente meno negativi; risulta invece complessivamente peggiore la Lombardia e ancor più il Nord-Est colpito dal calo della domanda.

CURIOSITÀ:

Il ruolo degli attori /operatori del commercio

Nel 1930 si stima fossero attive 850 case di import-export, mentre le case estere risultavano essere 280 (settore marittimo, materie prime, industria meccanica ed elettrotecnica), essi agivano però con gli stretti vincoli imposti. I consorzi per l’esportazione controllati dal ministero delle Corporazioni erano una quarantina.
Negli anni della ricostruzione, con il mutato quadro normativo e di mercato, si afferma il ruolo del trader e nascono le prime trading company italiane. I mercati un tempo tradizionali come Centro e Sud America sono ora difficili, insieme con i nuovi mercati dell’Est Europa e Ex Unione Sovietica, Cina, e Medio Oriente. Le imprese di trading sono in grado di adeguarsi rapidamente ai mutamenti, e quindi di aiutare l’impresa italiana (anche di grande dimensioni) a operare sui mercati esteri, soprattutto per la vendita di beni strumentali e know-how verso l’Est. Successivamente, a partire dagli anni Settanta, questo ruolo viene svolto anche a vantaggio delle piccole e medie imprese non in grado di dotarsi di strutture specializzate.
Negli anni Ottanta e Novanta, cresce la specializzazione necessaria a operare in un mercato sempre più complesso caratterizzato, tra l’altro, dalla presenza crescente delle multinazionali.
Il nuovo secolo vede la sfide costituite dalla globalizzazione, dalla crescita di nuovi e potenti competitor economici, (in primo luogo, la Cina), dal clima politico, dalla crisi finanziaria nei Paesi occidentali e, per noi in Europa, dalla nascita della società digitale (e-commerce - B2B , mercati telematici) con nuovi attori e un nuovo paradigma che si afferma in tutti i settori.

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Negli anni della ricostruzione, con il mutato quadro normativo e di mercato, si afferma il ruolo del trader e nascono le prime trading company italiane.

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