Storia del commercio estero a Milano e in Lombardia – Parte V – Dopo l’Unità d’Italia

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Ricerca storica e redazione scheda: Paolo La Rocca

LINEA DEL TEMPO: epoca 1800-1900

Dopo l’Unità d’Italia: 1861 - 1900

Per la Lombardia, l’Unità d’Italia significò poter agire in un contesto di minor concorrenza interna rispetto a quello dell’Impero austro-ungarico. Dopo l’unificazione ha inizio, seppur lentamente e spinto dalle politiche doganali (la tariffa del 1878 e, ancor più, quella protezionistica del 1887), il processo di industrializzazione – avviato fino ad allora praticamente soltanto nell’area Milano-Genova-Torino – che muterà complessivamente i flussi commerciali. Dal 1861 al 1876, il valore del commercio delle merci aumentò del 94%, crescendo fino a raggiungere i 2.405 milioni di lire nel 1881, grazie anche a una politica del cambio che favorevole alle esportazioni. Crescono le importazioni di ferro e carbone, oltre che lana grezza e cotone. Il grado di “apertura” mostra chiaramente l’importanza che iniziano ad assumere export e import sul nostro PIL, Lo stato di arretratezza e la crescita lenta sono testimoniati dalla struttura del commercio estero: al primo posto dell’export troviamo i prodotti primari tipici. La seta greggia, nel 1862, è di gran lunga il primo prodotto, con 29,9% sul totale (il secondo è l’olio di oliva, all’11,9%): da sola, costituisce quasi il 50% sull’export totale dei primi dieci prodotti. Piemonte, Lombardia e Veneto avevano 250.000 fusi di cotone nel 1857, contro i 70.000 del Regno delle due Sicilie (rapporto 3.6), e 7230 impiegati nell’industria metalmeccanica contro i 2.500 al Sud. I dati a nostra disposizione fanno emergere la presenza di due apparati industriali, con una netta prevalenza del Nord. Se si confronta la situazione italiana con i dati dei principali competitor europei, emerge tutta la distanza complessiva: l’Inghilterra aveva 30.000.000 di fusi; le 17.000 tonnellate di acciaio prodotte nel Nord vanno paragonate con i 3.772.000 di tonnellate inglesi.

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Le italiane al lavoro tra Ottocento e Novecento, in Mestieri da donna, di Angela Frulli Antioccheno.

“La vanga e la seta sono le due miniere della ricchezza lombarda” (S. Jacini, 1856).

La Lombardia inizia una profonda trasformazione, produttiva e sociale. Primo fattore di sviluppo economico è ancora una volta la bachiseticoltura, costituiva una parte importante nell’economia contadina: si stima che il 60% delle famiglie contadine vi fosse coinvolto, e che costituisse fino al 10% del loro reddito monetario. Nacquero le filande vicino ai luoghi di produzione, le matasse di seta andavano poi ai filatoi, che realizzavano il filato, e dopo altre lavorazioni la seta era pronta per i tessitori d’Oltralpe. Nel primo Ottocento viene introdotto l’uso del vapore: innovazione che, insieme ad altre, migliora la qualità e l’uniformità del prodotto.
Negli anni 1870, la trasformazione in senso industriale può dirsi finalmente compiuta. Il commercio in mano ai grandi mercanti milanesi e ai loro commissionari. Nella produzione serica si spostò l’attenzione dalle fasi iniziali di lavorazione dei bachi alla fase finale della filatura, cioè la torcitura: la quota di seta completamente filata sulle esportazioni totali di questo prodotto aumentò dal 17% all’80%, nel periodo tra il 1855 e il 1865. L’incremento della filatura, che si concentrò principalmente in Lombardia, comportò forti mutamenti nell’atteggiamento degli imprenditori, quali una maggiore propensione all’adozione di innovazioni tecnologiche e un aumento di attenzione per la qualità dei prodotti. A essa, si affianca rapidamente l’industria cotoniera: nascono le filature meccanizzate già all’inizio dell’Ottocento, mentre la tessitura rimane ancora prevalentemente manuale e a domicilio; dagli anni Settanta dell’Ottocento si affermano i moderni cotonifici che integrano filatura, tessitura e finissaggio. Secondo le cronache del tempo, prevaleva ancora la dislocazione delle manifatture nel Contado piuttosto che a Milano, e questo per una serie di fattori: i costi, la possibilità di disordini, la maggior flessibilità, il lavoro che veniva svolto a domicilio e la presenza di piccole aziende collegate a compagnie commerciali e finanziarie, preferite ai grandi impianti più soggetti a crisi. Anche lo stesso G. Colombo, pioniere dell’industrializzazione, condivideva questa visione. L’industria siderurgica non assume allora dimensioni consistenti e non è in grado di concorrere con i produttori europei. Lo stesso vale per l’industria meccanica, che produceva “un po’ di tutto”, sebbene la domanda di locomotive fosse coperta per l’80% da inglesi e belgi. Da quanto si è detto, si capisce che la fiducia nello sviluppo è ancora legata alla capacità di trasformazione delle industrie tradizionali e agli sforzi di alcuni imprenditori per avviare la meccanizzazione del settore del cotone.

Nasce, nel 1872, la Pirelli, anche grazie all’appoggio dato a Giovanni Battista, il capostipite della grande famiglia Pirelli di industriali  da due finanzieri e commercianti di sete.

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Vedute del primo stabilimento Pirelli di via Ponte Seveso, 1872, Fondazione Pirelli.

Gli anni 1880

Gli anni Ottanta del XIX secolo si aprono in un clima di fiducia, e sono tre gli eventi più rappresentativi di questo sentire:

  • l’apertura del traforo del Gottardo (1882)
  • l’inaugurazione della prima centrale elettrica (1883) a Milano, in via Santa Radegonda
  • l’Esposizione Nazionale a Milano del 1881.

In precedenza, a Milano non vi erano state manifestazioni paragonabili alla storica fiera di Lione, e questa esperienza di “celebrazione” del progresso scientifico ed economico portatore di pace si afferma nel quadro delle esposizione universali, industriali, internazionali a partire dall’esposizione di Londra del 1851. Con le esposizioni universali, si esalta la figura dell’industriale a scapito, in un certo senso, di quella del mercante.

Centrale elettrica di via Santa Radegonda

La ciminiera della centrale elettrica di via Santa Radegonda con il Duomo sullo sfondo, Milano, 1883

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L'Esposizione Nazionale del 1881 fu allestita ai Giardini Pubblici. I padiglioni coprivano tutto il giardino vecchio compreso il Salone, la Villa Reale e il parterre del Balzaretto davanti alla Villa Reale.

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Samuel Johnson, Medaglia commemorativa dell’Esposizione Nazionale del 1881.

La precedente Esposizione di Firenze del 1871 aveva evidenziato la complessiva arretratezza del Paese. L’Esposizione Nazionale di Milano del 1881 evidenziò, invece, i progressi dell’industria nazionale, in particolare della produzione meccanica lombarda che va ad affiancarsi ora a quella di Genova e Napoli e inizia a concorrere con i prodotti di importazione. Alla produzione tessile dei grandi cotonifici come Cantoni, Crespi, Borghi,Velvis si affianca quella meccanica. Nell’arco di un periodo relativamente breve nascono numerose industrie: meccaniche [Cerimedo (futura Breda), Grondona, Bosisio, Suffert Cantoni Krumm (Franco)]; tipografiche: Ardizzoni, Magnani, Dell’Orto.

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Stabilimento Velvi. Risale al 1839 la costruzione di questa fabbrica per la filatura, la torcitura e la tessitura del cotone, uno dei primi complessi industriali della valle dell'Adda, fondato dalla società Sioli-Dell'Acqua e passato nel 1965 ai Visconti di Modrone. Il prodotto più rinomato e richiesto tra quelli usciti dalla storica fabbrica divenne presto il velluto di cotone (da cui il nome di Velvis, nato dalle lettere iniziali del particolare tessuto e del nome dei proprietari), ancora oggi fiore all'occhiello della produzione a Vaprio. 

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Lo stabilimento dell’industria meccanica Cerimedo, futura Breda.

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Locomotiva Henshel fornita dalla Cerimedo per la tranvia Monza-Trezzo-Bergamo.

Tra le numerose iniziative, vogliamo ricordare quella di Enrico Dell’Acqua. Partito da una piccola fabbrica bustese, conquista prima i mercati del sud Italia e poi si espande nel Sudamerica, conducendo una vera e propria analisi di mercato, si rivolge alle comunità all’estero in Argentina a Brasile, e crea una rete di distribuzione e una rappresentanza a Busto Arsizio. È il primo esempio di esportatore cotoniero: “Un principe mercante”, così lo descrisse Luigi Einaudi in un suo famoso saggio. È da notare che le ragioni sociali e i soci di molte delle aziende esistenti in questo periodo hanno nomi provenienti da gran parte d’Europa. Milano, da sempre congiunzione tra il Mediterraneo e i Paesi nordici (soprattutto quelli di lingua tedesca), riprende e accresce la tradizione della mercatura. L’apertura del traforo del Gottardo facilita la crescita delle importazioni, e a esso si aggiunge una ricca rete stradale avviata già nel Settecento dagli austriaci. Tutti fattori positivi che favorirono l’arrivo di capitali, di tecnologie e di imprenditori che crearono rappresentanze commerciali, aziende, filiali, fra le quali emerge la fondazione della Banca Commerciale d’Italia nel 1884, che ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo industriale italiano e lombardo.

CURIOSITÀ:

La Lombardia e la politica dei dazi del Regno d’Italia

Le politiche dei dazi, dall’applicazione del dazio generale sabaudo all’affermarsi della tariffa protezionista del 1887, si intrecciano con le vicende della Camera di Commercio e del Comune. A un periodo di prevalenza dei “liberisti” nella Camera di Commercio, espressione dei produttori serici e del settore creditizio, portatori degli interessi dell’agricoltura, dell’industria serica e leggera, seguì l’affermarsi del fronte protezionista: in primis i cotonieri, cui si unirono gli esponenti della finanza. Vi fu un successivo ritorno “liberista”, ma oramai in un quadro generale dove prevaleva la politica protezionista.

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