Storia del commercio estero a Milano e in Lombardia – Parte IV – Spagnoli, austriaci e francesi

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Ricerca storica e redazione scheda: Paolo La Rocca

LINEA DEL TEMPO: epoca 1600-1700; 1700-1800; 1800-1900

La dominazione spagnola

Ancora alla fine del Cinquecento, la Lombardia e in particolare lo Stato di Milano, nonostante la perdita di territorio appariva ai numerosi visitatori e viaggiatori stranieri come una terra ricca, una delle più ricche zone d’Europa. Il territorio lombardo è divisibile in quattro fasce. È la bassa pianura la zona che colpisce la maggioranza dei viaggiatori.

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La suddivisione del territorio lombardo alla fine del 1500

L'industria serica

Dopo il primo mezzo secolo di sviluppo conseguente anche alla Pax Hispanica, inizia il lungo declino Sono anni di guerra e della peste (1630) che si stima ridusse la popolazione milanese da circa 250.000 a circa 75.000 abitanti, anche se il recupero fu rapido e alla metà del secolo era tornata ai livelli precedenti. Malauguratamente, è innegabile la crisi e il declino della manifattura cittadina nel periodo spagnolo: a partire dal 1610, infatti, alcune produzioni, come quella dei panni nel Comasco, di fatto scomparvero. A Milano, nel 1698 esistevano ormai soltanto 25 mulini per la seta, contro i 398 del Contado. Le cause della decadenza non sono semplicemente imputabili all’amministrazione spagnola. All’inizio del XVII secolo, la domanda sul mercato europeo dei prodotti di alta qualità realizzati a Milano e in Lombardia non era più così alta a causa della concorrenza dei produttori d’Oltralpe, dei toscani per lana e la seta, dei tedeschi per le armi. Restarono nicchie di alta gamma, in particolare per le sete (lo si deduce da un divieto emesso nel 1670 in Francia, che proibisce l’importazione di drappi a fronte di una forte concorrenza), le maioliche, con uno spostamento complessivo verso i semilavorati serici e i prodotti agroalimentari. In contrasto con la crisi della città si verifica una crescita dell’industria nel Contado, forse perché libera da alcuni vincoli imposti dalle corporazioni urbane. La rigidità e Il costo del lavoro nelle città sono spesso indicati come una delle principali cause della crisi economica nelle città, insieme con il peso del fisco spagnolo. Molto probabilmente, l’accresciuto spazio economico del Contado non compensò la crisi urbana, ma sicuramente mantenne in vita il tessuto economico della manifattura, in grado di rifiorire successivamente. In alcuni casi vi fu un rinnovamento, come per la produzione di cappelli di feltro a Monza e a Caravaggio, o di nastri a Vigevano.

26_SCEML_Tabella 2_Stima della produzione di seta nello stato di Milano

Stima della produzione della seta nello Stato di Milano nel 1580

Il periodo austriaco

Nel 1706, la Lombardia era stata abbandonata dagli spagnoli, e sia a Milano, sia nelle province si era ridotta la popolazione e il numero delle manifatture, soprattutto del settore laniero. L’agricoltura era gravata dalle conseguenze derivate dal sistema della manomorta, mentre il commercio risentiva della scarsa produzione, dei dazi interni e della difficoltà nelle comunicazioni. Il governo austriaco si trovava, perciò, nella condizione di dover provvedere urgentemente e radicalmente ai problemi presenti. Per prima cosa, si propose di unificare il territorio mediante riforme sostanziali, con l’obiettivo di inglobare le varie aree in un unico corpo amministrativo ed economico, al fine di attuare una politica amministrativa consona ai bisogni fiscali del governo centralizzato.

Il ruolo delle comunicazioni

Nel 1759, con l’editto generale del censo, furono abolite le antiche consuetudini in materia di viabilità. Le strade vennero suddivise in tre classi: regie (o provinciali), comunali, private: le prime erano a carico della provincia, con le spese ripartite a seconda del loro estimo totale, le seconde erano a carico dei comuni, e le terze dei co-utenti. Alla fine del Settecento, la Lombardia era dotata di una rete stradale di buon livello anche rispetto ai Paesi europei, cresciuta in modo organico. Furono inoltre aperti canali navigabili con servizi di trasporto regolari (come il canale di Paderno).

Le politiche doganali

Le politiche doganali, che dipendevano dalla politica generale di Vienna più che da interessi locali, determinarono una graduale riforma della struttura dei dazi e delle tariffe esterne. L’impostazione mercantilistica comportava un’imposta sull’importazione di beni e manufatti di lusso e la liberalizzazione delle esportazione (abolizione del tariffa sulla seta). L’intervento fu graduale, e solo nel 1781 si abolirono i dazi interni per le manifatture fabbricate nello Stato.

Il commercio estero in Lombardia nella seconda metà del Settecento e nel primo Ottocento

Si ritiene che, nella seconda metà del Settecento, la bilancia commerciale fosse in deficit, e poco valsero gli sforzi per aumentare la produzione interna in sostituzione dei prodotti importati. Il peso delle importazioni sembra tuttavia legato a una crescita dell’economia lombarda: gli squilibri esistenti venivano coperti dalle importazioni. Una “fotografia” del commercio a metà Settecento ci arriva dalle relazioni di Verri.

27 bis_SCEML_La lombardia durante la dominazione austriaca
27_ SCEML_Province_Lombardia_austriaca_1787

Durante la dominazione austriaca, il Ducato di Milano comprendeva quasi tutto il territorio lombardo.

Il periodo francese

La politica francese può essere divisa in due fasi: fino al 1803 vede (anche grazie al ruolo di Francesco Melzi) il mantenimento della politica precedente, e le tariffe del 1803 sono in un certo senso l’atto finale della riforme intraprese dall’Austria. La guerra con l’Inghilterra, e la decisione di dare supporto alle manifatture francesi, cambiano questo atteggiamento, ma la depressione dell’economia lombarda del periodo dipende più da fattori interni. Dal punto di vista delle esportazioni non vi sono differenze sostanziali rispetto al primo periodo austriaco: formaggio, grano, seta grezza e filata, cascami di seta e manufatti di seta, lino, canapa, merci di lana, ferro battuto, prodotti metallici e opere a stampa. E nemmeno per le importazioni ci sono cambiamenti radicali: prodotti coloniali, vino, olio d’oliva, bestiame, frutta, pesce, riso, cotone, lana, canapa, lino, coloranti, legno, seta grezza. La Restaurazione vedrà il ritorno delle politiche doganali precedenti in modo più articolato, anche con elementi di protezionismo per difendere la nascente industria locale. Mentre queste furono influenzate da considerazioni politiche, le iniziative relative ai trasporti e alle infrastrutture furono maggiormente orientate alle esigenze dello sviluppo. Le esportazioni sono guidate dalla seta greggia e dai latticini: circa il 60% della produzione di seta e il 50% di quella di formaggio vengono esportate. Il peso prevalente delle importazioni è costituito da beni pregiati: pannilana e tabacco, ma anche cotone in fiocco con un ritmo di crescita molto elevato (dai 3.000 ql. nel 1815, ai 56.000 ql. del 1855, con un peso crescente del cotone americano). Ma problemi presenti per la seta alla metà del Settecento si ritroveranno nell’Ottocento, con una produzione estremamente decentrata e finanziariamente molto debole che si confronta a un numero ristretto di mercanti in grado collocare il prodotto, e a un forte potere sulla determinazione del prezzo finale da parte dei compratori esteri (inglesi e poi tedeschi, svizzeri, francesi). La floridezza del mercato e le stesse caratteristiche della filiera produttiva impedirono in questi anni qualsiasi cambiamento

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Pietro Ronzoni - Filanda nel bergamasco (1825 ca.), Fondazione Cariplo, Milano

CURIOSITÀ:

Il ruolo dei mercanti

Nel periodo spagnolo, ma già ai tempi della signoria, al patriziato era vietato esercitare l’Arte della Mercatura direttamente o indirettamente, pena la decadenza del titolo. Le alte cariche (senato, giureconsulti, eccetera) erano appannaggio dei patrizi, e per accedere al patriziato era necessario provare di non aver esercitato il commercio negli ultimi cento anni. Anche l’acquisto di un feudo dalla Corona non garantiva l’entrata tra i patrizi milanesi. Si giunse al paradosso, evidenziato anche da numerose testimonianze di viaggiatori, che le persone di maggior successo nel proprio campo abbandonavano la loro professione per “salire” nella scala sociale, con effetti positivi per l’agricoltura, destinataria degli investimenti degli ex mercanti, ma a detrimento del commercio e della classe dei mercanti. Il fenomeno fu limitato, ma rilevante. Questa concezione si mantenne anche dopo la fine del norme giuridiche relative: ancora alla fine del Settecento abbiamo ricchi banchieri e mercanti che nel testamento chiedevano agli eredi di smettere di esercitare la mercatura. Con l’avvento di Napoleone, i mercanti ー la cui posizione fu ampiamente dibattuta durante l’Illuminismo e modificata dalle riforme avviate dalla casa d’Asburgo furono chiamati a svolgere un ruolo anche nella vita politica e pubblica.

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