Storia del commercio estero a Milano e in Lombardia – Parte III – Dai Comuni ai Visconti

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Ricerca storica e redazione scheda: Paolo La Rocca

LINEA DEL TEMPO: epoca 400 a.C. - 1400; 1400-1500

La Lombardia nel Medioevo

L’Italia nel Medioevo era un territorio ad alta concentrazione urbana al pari delle Fiandre. Circa un quinto della popolazione viveva in centri urbani (sopra i 5.000 abitanti) e la Lombardia era la punta di questo fenomeno. Le città costituirono, più che nel resto dell’Europa, il motore economico e politico del territorio, che seppe svilupparsi con il contributo decisivo del contado, che produceva materie prime per le industrie cittadine ー le quali, a loro volta, producevano merci destinate ai principali mercati e all’esportazione ー e realizzava manufatti di minor qualità per il mercato locale.

Le industrie

A partire dal X secolo, La Lombardia sviluppò un’industria del ferro con produzioni specializzate destinate anche all’esportazione, in anticipo rispetto a quella europea. Date le caratteristiche estrattive, lo sfruttamento della superficie e il suo continuo esaurimento e la conseguente ricerca di nuove miniere, sono diverse le zone coinvolte: prima il bresciano e Bergamo, poi, dal Duecento, la Valtellina e successivamente la Valsassina.
La lavorazione del ferro si evolverà nella produzione di armi, ferri da cavallo, chiodi, aghi: Milano si specializzerà nelle armi difensive e nella ferramenta minuta, Brescia nelle spade e nei coltelli.
Mentre la lavorazione dell’oro riprende la tradizione longobarda .
Nel XII secolo e fino al XIII secolo la produzione di tessuti non poteva competere con quella delle Fiandre, dal momento che i principali filati, la lana e il lino, erano prevalentemente di provenienza locale. Ma già alla fine del 1200, i panni realizzati a Milano e Como grazie all’importazione di lana dall’Africa, dalla Provenza e soprattutto dall’Inghilterra, di cui Milano deteneva ora il monopolio dell’import, raggiunsero una qualità elevatissima, così come le produzioni di Monza, Verona, Bergamo, Isola Comacina. Contribuì a questo primato la qualità degli impianti di rifinitura e il ruolo svolto dall’ordine degli Umiliati (movimento spirituale sorto in contrasto con i costumi del tempo), che nelle loro Case si occupavano prevalentemente della lavorazione della lana.

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Stemma dell’Ordine degli Umiliati

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Lavorazione della lana in un convento degli umiliati.

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Fasi di cardatura e tessitura della lana

La Lombardia, sia per la dimensione del mercato interno, sia per gli sbocchi delle proprie esportazioni, fino al XIV secolo fu il primo produttore della Penisola. Lo sviluppo della produzione toscana e della Francia settentrionale le sottrasse parte dei mercati meridionali e del Mediterraneo occidentale, ma Milano e Como riuscirono comunque a mantenere una tradizione di altissima qualità nei panni.
Nella area pedemontana, la manifattura era specializzata nella lana, mentre nella pianura prevaleva la produzione di fustagno, un tessuto nuovo, di origine orientale, rapidamente diffusosi e prodotto con il cotone proveniente dalla Sicilia, dall’Egitto e dal mare Egeo.
Alla tradizionale produzione laniera si era aggiunta nel contempo la lavorazione della seta, che diventerà nel tempo la parte più importante della produzione tessile lombarda

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Fasi della lavorazione della lana, disegno tratto da Historia Ordinis Humiliatorum, del codice Trotti

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La tessitura eseguita da dame di corte

I grandi mercanti e la loro Camera

Milano, verso le fine del XIV secolo, era diventato con ogni probabilità il maggior mercato di redistribuzione e centro industriale. Genova e Venezia erano i suoi scali marittimi, oltre che Porto Pisano e Livorno; mentre il Sempione, il Luco Magno e Settimo (Settimo torinese) i principali percorsi verso il territorio francese, tedesco e fiammingo. L’espansione economica era coordinata dalla Camera dei Mercanti di Milano (I primi documenti attestanti l’esistenza della Camera risalgono al 1159), che rappresentava la corporazione dei “grossisti”, banchieri e mercanti, che operavano sul mercato internazionale, cittadini milanesi o del contado.
La Camera, retta da dodici “consoli delle strade”, eleggeva i sui giudici, e la loro competenza si estendeva su tutti i “negozi” tra mercanti o con mercanti, sui marosseri, i pesatori, i lanaioli e ausiliari, e sui mercanti forestieri ammessi a condizioni di reciprocità.

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Statuto dei mercanti

I mercanti trattavano vari prodotti: dai chiodi alle lane, dalle pelli alle corazze. Prevalevano le materie prime impiegate nelle industrie lombarde: cotonate, pannilana, cuoio, prodotti della metallurgia e della siderurgia. La distinzione tra grandi mercanti e banchieri dipendeva più dagli affari prevalenti: i mercanti, infatti, oltre alla negoziazione tipica, effettuavano attività bancarie, mentre i banchieri partecipavano a singole speculazioni o effettuavano vasti finanziamenti che, di fatto, li legavano alle sorti del commercio.
Per agevolare i commerci occorreva garantire trasporti sicuri attraverso delle convenzioni, e la presenza di “recapiti” lungo le principali vie (citiamo per L’oltremonte, l’oste Cuntzmann Sintze a Basilea), mantenendo inoltre aperti percorsi alternativi. Una parte considerevole degli statuti delle Camere era perciò dedicata alla sicurezza e all’organizzazione delle strade: sono detti “Mercanti di strada” e “Consoli di strada”.
Gli statuti della Camera attestano inoltre la nascita della corporazione dei Lanaioli in epoca successiva a quella dei mercanti: probabilmente non hanno origine dalla separazione dalla corporazione dei mercanti, ma per le caratteristiche dello sviluppo di tale industria.
A Milano, è tutto un fiorire, dalla tessitura alla filatura, legato anche alla presenza nella città dei conventi degli Umiliati (Brera) e all’arrivo di manodopera qualificata da altre regioni, probabilmente in fuga dalle regole molto rigide delle locali corporazioni.

Struttura della produzione e del commercio

Nel 1396 sono censite ben 363 aziende, per la maggior parte individuali o familiari. Di queste, 353 erano in Milano, quasi tutte vicino le mura, prevalentemente a Porta Nuova (solo la parrocchia di San Bartolomeo ne contava 64).

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Maurizio Garavaglia (1812-1874), facciata della chiesa di san Bartolomeo in Corso Magenta a Milano (1864). L'edificio attuale prende il posto di una precedente chiesa dedicata a San Bartolomeo, demolita, della quale contiene alcune opere d'arte. Foto di Giovanni Dall'Orto

Si tratta dei grandi mercanti che vendono la lana grezza ai lanaioli e comprano e commercializzano il prodotto finito: proprio lo sviluppo e l’importanza dell’industria laniera spinse la camera dei Mercanti a imporre numerosi vincoli. Per esempio, Il lanaiolo poteva acquistare solo balle intere, quindi, di fatto, solo dai mercanti, per garantirne il controllo e nello stesso tempo favorire quello sulle corporazioni degli operai (Partici) da parte dei lanaioli.

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La filatura era una delle attività delle dame di corte

14 SCEML_bis bis Bottega del sarto

Bottega del sarto

Tradizionalmente, l’industria resta specializzata in tessuti rustici prodotti con lana locale, ma a essi si affianca anche una forte importazione di lane di Francia (“Agnelline”), d’Inghilterra e catalane, per la produzione di tessuti simili alle lane toscane e fiamminghe.
L’industria del lino e della canapa aveva un peso minore, attestato dai documenti contabili pervenuti e dalle offerte annuali fatte al Duomo. È l’industria cotoniera, dei “bombace”, con la produzione di fustagni, che assume un ruolo importante, alimentando un flusso d’importazione ed esportazione paragonabile a quello laniero. Qui, non vi è la presenza dei piccoli imprenditori: Il “marossero”, o sensale, collega direttamente l’importatore con gli artigiani, talvolta vende il filato, altre volte lo cede in lavorazione. Il prodotto prevalentemente esportato era il fustagno candeggiato. I cotonieri producevano un numero limitato di articoli: tra i 14 capitoli della tariffa doganale, il bombace è quello con il minor numero di tipi (solo 12), mentre osservando la tariffa doganale per l’industria laniera si sa che erano 16 le varietà di lane gregge e cascami e 50 le varietà di drappi.
Lo sviluppo e diversificazione dell’offerta laniera significava maggiori rischi, cosa che favorì la nascita di un ceto di operatori più intraprendenti, i “mercanti di lana sottile”: abili nel risolvere i problemi anche tecnologici della produzione e a concorrere con produttori toscani, molto più specializzati per rami.
Nel XIV secolo possiamo affermare che l’economia milanese è un’economia di scambio internazionale: la potenza dei grandi mercanti è al culmine, il possibile contrasto tra Signoria, ceto nobiliare e alta borghesia in crescita è risolto grazie al passaggio di questi nel ceto nobile, con il parallelo spostamento di capitali verso l’agricoltura. In questa fase di crescita, l’effetto positivo favorisce l’ingresso di forze nuove, ma toglie dalla competizione le famiglie di maggior successo: alla nobiltà infatti viene impedito, pena la decadenza del titolo, di esercitare qualsiasi forma di negozio.
Questo vincolo, sociale e giuridico, ebbe effetti permanenti, anche quando la legge fu abrogata. Dovranno cambiare le condizioni sociali per vedere il mercante e poi l’industriale assurgere a figura centrale della società lombarda.

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Vendita e produzione di tessuti

La standardizzazione alle origini del mercante “sedentario”

Le unità di misura variavano in peso e lunghezza da città a città, e neanche i colori e la consistenza dei tessuti erano costanti: in questa situazione, soltanto il titolare può decidere un acquisto, ed è la rigida regolamentazione imposta al lavoro delle corporazioni cittadine a consentire gli acquisti a distanza, tramite dipendenti o corrispondenti. Questa regole minuziose, definendo e frazionando le fasi di produzione, consentirono una standardizzazione altrimenti impossibile.
Il mercante milanese (o parigino, fiorentino, etc.) conosceva quindi le caratteristiche di una pezza di lana prodotta a Gand, o altrove. Sul rispetto di questa regolamentazione vigilavano non solo le corporazioni di mestiere (tessitori, follatori, tintori, eccetera), ma anche quella dei drappieri, che fanno lavorare le lane, organizzano e controllano il lavoro, e quella dei grandi mercanti che li vendono.
Questo controllo è uno dei fattori di successo del commercio internazionale: il mercante sedentario è l’evoluzione del mercante di strada. Al commercio nelle fiere si affianca e poi prevale il ruolo delle città come centri commerciali. Questo non implica che il mercante non viaggi più, ma il viaggio diventa parte del percorso di apprendistato, oppure è a carico del socio giovane, mentre il socio maggioritario guidava il proprio commercio dalla casa madre.

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Fiera medievale

CURIOSITÀ:

Il viaggio del mercante

Proviamo a seguire l’itinerario di un anonimo mercante milanese che ci ha lasciato una dettagliata descrizione del suo viaggio avvenuto fra il 1516 e il 1519, che costituisce una delle prime “guide” pervenuteci. Partito da Milano, attraversa il Moncenisio e la Savoia, Grenoble, Valence, Saint-Antoine de Vienne (centro medievale di devozione), Lione, la Borgogna, Parigi (si trattiene a lungo), Rouen, Amiens, Arras, le Fiandre, Bruges, l’Olanda, il Brabante, torna nelle Fiandre, e si reca a Calais, da cui salpa per l’Inghilterra. Qui lo troviamo a Canterbury (sosta alla tomba dell’arcivescovo cattolico Thomas Becket), finalmente Londra, Southampton (forse assiste ai festeggiamenti per il ritorno delle “galee di Fiandra” dei mercanti veneziani), Greenwich (dove vede il re Enrico VIII), Hampton Court (dove incontra il cardinal Mosley). Ripassa la Manica e torna nelle Fiandre; a Bruges vede il principe Ferrando (fratello di Carlo I, futuro Carlo V). Si trattiene a lungo a Bruxelles. Quindi, attraversa la Francia, e arriva in Spagna per il colle di Roncisvalle. Percorre l’itinerario tradizionale del pellegrinaggio verso Santiago (Bordeaux, Roncisvalle, Pamplona, Logroño, Burgos, Leon, Asturia, Valladolid), e da Santiago scende a Medina del Campo, proseguendo poi per Toledo, Cordoba, Granada, Malaga, Siviglia e Cadice, ritorna a Cordoba, e si dirige verso Valencia, Tortosa e Barcellona. Entra in Linguadoca per il passo del Perthus, si ferma a Perpignano, Narbona, Carcassonne, Tolosa, Avignone, attraversa la Provenza e rientra finalmente a Milano per Briançon e il Monginevro.

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Mappa con le vie del commercio europee nel Medioevo

I luoghi della mercatura a Milano

Il centro cittadino ha rappresentato nel corso dei secoli il luogo del commercio e della mercatura, e nel periodo altomedioevale e precomunale il centro commerciale è la zecca (Moneta Pubblica), presso l’antico Foro, vicino alla cattedrale di Santa Tecla. È documentata la presenza in zona delle abitazioni di molti mercanti, come la famiglia dei Rozonidi (monetari), che nel corso dell’XI secolo alienarono progressivamente le ingenti proprietà suburbane, per concentrare i loro interessi in quest’area molto ambita, tanto da determinare un aumento dei prezzi delle abitazioni e dei terreni, fino a fondare qui una chiesa di famiglia, quella della SS. Trinità.

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Antica Chiesa della Santissima Trinità, la facciata del primo Novecento, in via Giasone 9 a Milano (anticamente Borgo degli Ortolani)

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Antica mappa che mostra il Borgo degli Ortolani con le due chiese della Santissima Trinità e di Sant'Ambrogio ad Nemus.

I luoghi dello scambio in Età Comunale

Nel X e XI secolo il mercato, la pescheria e il macello erano vicini al Palazzo vescovile (l’odierna piazza Fontana). Il vescovo esercitava allora una forte influenza su tempi, modi e spazi relativi al commercio cittadino. Successivamente, il mercato si spostò nelle piazze delle cattedrali precedenti l’attuale Duomo, Santa Maria Maggiore e Santa Tecla.
Nella grande piazza nacquero botteghe e altre strutture per la compravendita: prima si tratta di banchi o “stalli”, poi anche di edifici civili e privati (domus e hospitia) con una notevole concentrazione di attività commerciali.
In quella piazza trovano sede i consoli dei mercanti, attestati nel 1173 nella chiesa di Santa Maria, nel 1177 alla pescheria e nel 1212 al Broletto Vecchio. Nella pescheria si trovavano le misure ufficiali cui i mercanti dovevano conformarsi e che i rappresentanti dell’Universitas Mercatorum dovevano controllare. La piazza delle cattedrali era, nell’Età Comunale, il cuore religioso, civile ed economico di Milano. Anche il Consolato, massimo organo istituzionale cittadino, trovò sede nel Broletto dell’arcivescovo, il “Broletto Vecchio”, ai bordi della piazza. Nel 1228 venne decisa la costruzione delle nuova sede del Comune, che definì, di fatto, un nuovo assetto del centro cittadino.
Il Broletto Nuovo venne progettato in ogni suo angolo, con la definizione delle strade che lo avrebbero dovuto raggiungere, delle aperture che lo ponevano in diretta relazione con le principali porte e pusterle e con gli altri spazi vitali per il commercio (il pasquario, o piazza San Sepolcro, la “becharia magiore”, la pescheria, il coperto della chiesa di Santa Tecla, il macello di Porta Vercellina). Si venne a creare, a partire dalla metà del XIII secolo, una piazza con una pianta rettangolare, in origine più ampia dell'attuale, che comprendeva anche il Palazzo dei Gireconsulti, ora in via Mercanti. Vi si aprivano sei accessi riferiti agli altrettanti sestieri cittadini. Le vie attigue prendevano il nome delle diverse attività svolte: Armorari, Spadari, Cappellari, Orefici, Speronari, Fustagnari.

21_SCEML_ Dettaglio di Milano con Contrada degli Armorari

Dettaglio di Milano con evidenziata la Contrada degli Armorari, Via Spadari, Santa Maria Segreta e Santa Maria Beltrade, oltre alla residenza di Filippo Negroli all’angolo con la Contrada e la piazza di Santa Maria Segreta.

18_SCEML_mercanti medievali

Mercanti

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Mercanti compratori di grano e vino.

La nuova piazza ospitò la sede del potere istituzionale e amministrativo della città, e fu anche il luogo privilegiato per le contrattazioni, lo scambio e la compravendita. Nella piazza e sotto ai suoi loggiati vi erano i banchi di cambio e di deposito di denaro, che rimasero per tutto il XIV e XV secolo, divenendo probabilmente l’esercizio maggiormente rappresentato.
In questo periodo emerge una città ricca di forni, osterie, drapperie, laboratori di armi, lana e fustagni. In essa spiccano due aree: la prima, centrale, era sede di mercato, di botteghe, e degli uffici amministrativi oltre che delle sedi delle Corporazioni; la seconda, lungo la cerchia dei Navigli, era orientata verso la produzione, con mulini e laboratori artigiani. Il commercio della lana si svolgeva nel portico del Paradiso, davanti alla chiesa di Santa Tecla;
probabilmente, i laboratori di produzione laniera erano lungo la fascia esterna della città e, in particolare, nelle parrocchie che estendevano la loro giurisdizione al Naviglio.
Le vie che si dipartivano dal centro della città ー ovvero dal Broletto e dalle cattedrali ー prendevano nome dalle attività che vi erano maggiormente attestate, la contrada della Fabbriceria, la via degli Orefici, delle Farine, dei Vaiai, degli Speronari, degli Armorari, dei Pattari e la “strata mastra” (via Cappellari), con i portici ospitanti le botteghe in cui si confezionavano berretti e cappucci.
Questa “specializzazione” della zona non fu solo spontanea, ma fu favorita da decreti, ordini e grida, con l’obiettivo di regolamentare l’afflusso delle merci e di garantire approvvigionamento e raccolta delle ingenti imposte indirette legate al movimento e alla vendita dei prodotti. Il flusso delle merci provenienti dall’esterno delle mura aveva nelle porte Romana e Vercellina dei passaggi obbligati, dove il mercante era tenuto a pagare dazio, prima di portare i prodotti nei punti di raccolta per il controllo sul numero e sulla qualità.
La fortissima vocazione commerciale e residenziale del centro non venne a decadere nemmeno con lo spostamento della sede del potere politico in luoghi periferici, e nemmeno influì sull’ubicazione e connotazione delle strutture mercantili e commerciali milanesi, che una pratica plurisecolare e una consolidata organizzazione interna, aveva delimitato entro confini topografici ben determinati.

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Milano, Piazza Mercanti

19_SCEML_Piazza dei Mercanti

Milano, Broletto nuovo o Piazza Mercanti

Torriani, Visconti e Sforza

Nonostante i disordini del periodo comunale e la lotta tra i Torriani e i Visconti (Desio, 1277), l’economia milanese continua a crescere. L’Universitas Mercatorum tratta con principi, promuove la costruzione di strade, difende gli interessi dei cittadini che percorrevano le vie d’Europa. Viene aperta la via del Gottardo, di cui la corporazione si impegna a difendere l’agibilità, mantenendo persino dei soldati a garantirne l’apertura.
Con l’affermarsi della signoria viscontea, la ricchezza economica cresce ulteriormente, (auro serico!): gli interessi commerciali sono difesi dal principe, i mercanti sono suoi alleati. I Visconti non solo facilitano il commercio milanese, ma anche quello straniero presso il Ducato, concedendo privilegi, in concorrenza con Venezia, ai grandi mercanti: alla “Compagnia Granda”, ovvero i Fugger, i Gienger, e gli Irmi di Basilea (commercianti di riso). Innumerevoli gli esempi di società formate tra lombardi, tedeschi e ungheresi. Molti i mercanti provenienti da oltre monte che si stabiliscono a Milano, e molti i lombardi all’estero, come gli Alzate in Germania, i Busti a Köln, i Morosini e i Suane a Basilea.
In questi anni cresce anche l’industria della seta, ma le fabbriche esistenti non sono in grado di concorrere con il prodotto fiorentino. Filippo Maria Visconti concede speciali privilegi per attirare da altre città, in particolare da Firenze (un esempio è Pietro de Bartolo), persone in grado di sviluppare la produzione di qualità, cui si aggiunse, ottenendo gli speciali privilegi, una compagnia di genovesi. Gli Sforza applicarono a loro volta la medesima politica dei Visconti: la produzione crebbe così rapidamente che già nel 1460 fu vietata l’importazione di stoffe auro seriche. La materia prima è ancora importata, ma è allora che si inizia la coltivazione dei bachi in loco.
La Signoria sforzesca favorì, inoltre, lo sfruttamento delle miniere, soprattutto nel territorio lariano, che riforniva, fin dal XIII secolo, una delle principali fonti di profitto dell’industria milanese, l’industria delle armi.

24_SCELM_Elmo in ferro

 Elmo in stile germanico appartenuto a Filippo il Bello, bottega dei Negroli, Milano 1496-1500 ca. Acciaio, argento, oro.

22_SCEML_ Frammento-velluto-part-Historisches-Museum-Berna-1

Frammento di velluto, broccato e bouclé in oro. Tessitura milanese risalente al 1460-1475 ca.

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Armatura di Federico il Vittorioso, Elettore del Palatinato, realizzata dalla bottega dei Missaglia, Milano 1450 ca.

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